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La Malattia di Fabry: Il Ruolo dell’Oculista

pubblicato in: Malattie rare, Oculistica Generale | 0

La malattia di Fabry e i sintomi oculari

La malattia di Fabry è una patologia congenita rara, multisistemica, caratterizzata da un’evoluzione progressiva che se non controllata dalla terapia, può ridurre significativamente la qualità e la durata della vita dei soggetti affetti.

E’ una malattia ereditaria recessiva legata al cromosoma X.

La patologia fa parte del gruppo di malattie genetiche denominato “malattie da accumulo lisosomiale”, ovvero patologie causate da vari tipi di deficienze enzimatiche che comportano un accumulo di substrato all’interno dei lisosomi.

La conseguenza di tale accumulo è un progressivo danno funzionale e strutturale fino alla vera e propria insufficienza d’organo.

Come si sviluppa la Malattia di Fabry?

La malattia di Fabry è causata dalla mutazione del gene GLA, situato sul coromosoma X, che codifica per l’enzima alpha-galattosidasi A, il quale ha un ruolo determinante nel catabolismo del Globotriaosilceramide (Gb3).

In assenza di una significativa attività enzimatica da parte dell’enzima alpha-galattosidasi A, il Gb3 si accumula nei lisosomi intracellulari in molte strutture dell’organismo:

  • parete vasale
  • sistema nervoso periferico
  • sistema nervoso centrale
  • rene
  • muscolo cardiaco
  • cornea

L’accumulo è particolarmente abbondante a livello dell’endotelio vascolare. Il danno vascolare sistemico comporta:

  • riduzione del numero dei vasi costituenti il microcircolo di organi e tessuti
  • ispessimento della parete vasale
  • fenotipo pro-trombotico dell’endotelio

L’insieme di queste alterazioni può portare ad occlusione vascolare, ischemia tessutale e infarto a livello dei vari organi irrorati da vasi funzionalmente e strutturalmente compromessi.
Ciò comporta una vasta gamma di problematiche cliniche quali: cardiomiopatia, nefropatia, eventi cerebrovascolari, a seconda della sede coinvolta dalla patologia.

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Classificazione

Si riconoscono tre differenti fenotipi della patologia:

Forma classica

Il termine viene usato per i pazienti maschi che hanno totale assenza di attività enzimatica. Gli individui con questo fenotipo svilupperanno la patologia nella forma più completa, presentando segni clinici e sintomatologia nella maggior parte delle sue possibili manifestazioni, con insorgenza dei sintomi già durante l’infanzia.

Varianti atipiche

Alcune mutazioni del gene comportano un’attività enzimatica parziale dell’enzima (corrispondente a un range di attività enzimatica rilevabile nel plasma compreso tra 1-30% del normale valore di riferimento). Questi pazienti, sebbene raramente, possono avere sintomi già dall’infanzia, ma non sono soliti presentare tutto lo spettro di manifestazioni tipiche della forma classica; spesso questi pazienti presentano i sintomi solo in età adulta, attorno ai quaranta anni, e a livello di un solo organo.

Donne con manifestazioni variabili

Una volta considerate solo portatrici sane, è ormai chiaro come le donne siano affette dalla malattia in modo permanente. La patologia, in questi soggetti, a volte non viene a manifestarsi a causa di un’incompleta penetranza del gene o di un’inattivazione del cromosoma X favorevole.

In tali pazienti il dato dell’attività enzimatica rilevabile nel plasma risulta poco attendibile per la diagnosi, in quanto capace di variare di molto rispetto al valore di riferimento normale (0-100%).

Le manifestazioni di malattia sviluppabili risultano essere in generale più tardive e di una entità che, sebbene risulti essere tendenzialmente più moderata rispetto a quello del paziente maschio, non esclude la possibilità di sviluppare le più gravi manifestazioni cliniche della patologia.

Ruolo dell’oculista nella Malattia di Fabry

Nell’ambito delle numerose manifestazioni cliniche possibili della malattia, quelle riguardanti l’occhio hanno un’importanza particolare poiché i segni e i sintomi osservabili sono spesso precoci e patognomonici.

Le difficoltà di diagnosi incontrate nelle fasi più precoci di malattia sono dovute a sintomi variabili e non specifici.

Questi comportano un importante ritardo diagnostico che determina, a sua volta, un ritardo nell’intervento terapeutico con conseguente progressione della malattia verso condizioni tali da mettere in pericolo la qualità e la speranza di vita dei pazienti.

L’accumulo intracellulare di Gb3 coinvolge quasi tutte le strutture dell’occhio; quelle maggiormente interessate sono:

  • Cornea
  • Vasi della congiuntiva e della retina
  • Cristallino

Il ruolo dell’oftalmologo, a causa della precocità e della specificità dei segni osservabili, può risultare fondamentale nella diagnosi precoce e quindi nel rendere possibile un inizio tempestivo del trattamento terapeutico allo scopo di permettere il controllo della progressione della malattia.

Altro ambito in cui l’oculista entra in gioco è quello del follow up.

Grazie a visite oftalmologiche periodiche è possibile monitorare la progressione della malattia, la messa in evidenza di una risposta dell’organismo alla terapia e la valutazione, nel tempo, degli effetti di questa sulle caratteristiche di alcune delle sedi del deposito di Gb3.

L’accumulo intracellulare di Gb3 coinvolge quasi tutte le strutture dell’occhio, grazie a visite oftalmologiche periodiche è possibile monitorare la progressione della #MalattiaDiFabry | #ECM #FAD Condividi il Tweet

Ciò risulta possibile a causa delle particolari caratteristiche anatomiche dell’occhio le quali permettono, come per altre patologie multisistemiche quali diabete, ipertensione, etc, la valutazione diretta del sistema vascolare con le caratteristiche che ne conseguono.


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Articolo tratto dalla lezione del Percorso Formativo Professione Oculista della Dr.ssa Elena Rosa Antoniazzi “La malattia di Fabry: implicazioni oftalmologiche” (ANNO 2018)
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